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SALA III
GLI STRUMENTI EXTRA-EUROPEI



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LA CINA

Scrive Confucio, uno dei maggiori filosofi che la storia ricordi: 'Volete sapere se un popolo è ben governato e ha buoni costumi? Ascoltate la sua musica'. E presso pochi popoli la musica ha assunto un'importanza paragonabile a quella attribuitale in Cina. Qui, non è considerata solo un insieme di suoni, ma un linguaggio vero e proprio, che riflette l'ordinamento del cosmo. I suoni sono posti in relazione con l'ordine dell'universo: essi corrispondono alle stagioni, ai pianeti, ai punti cardinali, ai colori... La musica può anche influire sui costumi della società e non a caso numerosi imperatori emanano leggi che ne regolano l'uso.
Gli strumenti impiegati sono moltissimi, raggruppati fin dall'antichità in complessi paragonabili alle nostre orchestre. Uno dei più antichi, già conosciuto intorno al 1000 a.C. è il king, costituito da lastre di pietra percosse con un mazzuolo, che lo stesso Confucio ama suonare. Gli si affiancano i flauti dalla forma sferica detti hsüan - molto diffusi anche come giocattolo infantile - realizzati in terracotta, e dei carillons di campanelle, che rivestono la duplice funzione di strumento musicale e di amuleto portafortuna. Molto curioso è lo shêng, un organo a bocca costituito da una zucca fornita di imboccatura su cui sono infisse 13 sottile canne di bambù di diverse lunghezze. Tra gli strumenti a corde, i più antichi sono certamente lo shê ed il ch'in, rispettivamente grande liuto e piccolo liuto, nominati per la prima volta intorno al 1100 a.C., simili a lunghe cetre e spesso associati tra loro: "La tenera unione con la moglie e i figli / è coma la musica dello shê e del ch'in" recita una poesia. Si richiamano a questi prototipi la cetra ad arco indicata con il nome di ya ch'in, la cui invenzione è attribuita ai mongoli; e l'hu-ch'in uno strumento dotato di due corde di seta.
Il liuto corto detto p'i p'a è introdotto molto più tardi, tra il 200 ed il 220 d.C.; sulla cassa armonica di uno degli esemplari custoditi presso il Museo è raffigurato un complesso femminile. Una delle suonatrici regge tra le mani il p'ai pan, delle tavolette di legno percosse tra loro, non troppo dissimili, nel principio di funzionamento dalle moderne nacchere.


IL GIAPPONE

Gran parte degli strumenti del Giappone - così come delle isole malesi e della Corea - arriva, in epoche diverse, dalla Cina. Ne è un chiaro esempio lo shamisen, strumento a plettro derivato dallo san hsien cinese, importato ad Osaka intorno al 1562. Il corpo dello san hsien è ricoperto sulle due facce da pelli di pitone, che si rivela ben presto troppo delicata per il pesante plettro impiegato dai suonatori giapponesi. Dopo aver danneggiato numerosi strumenti, i giapponesi cercano un materiale più robusto e lo individuano nella pelle bianca di gatto, che prende il posto di quella fragile e sottile di pitone. Molto più resistente e solido, lo shamisen si diffonde in tutto il Giappone entrando ben presto nella pratica musicale artistica e popolare e divenendo, dal XVII secolo in poi, oggetto di numerose scuole e di diversi stili. Lo si trova impiegato spesso insieme al koto, una cetra da tavolo che si richiama al ch'in cinese, documentata in Giappone fin dall'VIII secolo. La poetica simbologia orientale lo paragona ad un dragone sdraiato sulla spiaggia, che discorre tanto dolcemente con le onde da richiamare gli angeli, che scendono sulla terra ad ascoltare. Inizialmente il koto trova impiego nell'ambito delle cerimonie religiose; solo in un secondo tempo diviene popolare, dando avvio a una delle più rinomate scuole del Paese. Alla categoria degli strumenti a fiato ci riporta lo shakuhachi, un flauto dritto costruito con una grossa canna di bambù. E' difficile indicare quando e da chi sia stato introdotto in Giappone; quel che è certo è che intorno al XVI secolo viene adottato dai samurai rovinati dalla guerra civile, che in seguito alla caduta si fanno monaci buddisti itineranti. Indispensabile strumento della tradizione folkloristica è lo shino-bue, flauto traverso suonato spesso in coppia con il kotsuzumi, il cui nome significa 'tamburo da spalla'. Viene infatti appoggiato sulla spalla sinistra e percosso con la mano destra. Oltre che nelle danze e nelle orchestre, questo strumento trova un importante impiego nell'ambito del teatro no, una delle forme più antiche della rappresentazione giapponese, intercalata da maschere, musiche e danze.

L'INDIA

La storia musicale degli indiani è straordinariamente lunga e variata tanto nella teoria quanto nella pratica. La musica occupa sempre un posto di rilievo nella cultura indiana. La ritroviamo nelle cerimonie religiose ed in quelle di corte; negli intrattenimenti privati; nella letteratura; nei trattati. Il sistema musicale indiano risale al II secolo a.C. ed è estremamente complesso, basato su numerose scale. Altrettanto numerosi sono gli strumenti in uso presso questo popolo, che i testi dividono in quattro categorie. La prima è rappresentata dagli idiofoni, quegli strumenti, cioè, che suonano per la vibrazione del loro stesso corpo. Appartengono a questo gruppo i cimbali, forse introdotti in India dalla popolazione barbarica degli Unni, ed il curioso ghātha. Questo strumento è costituito da un orcio di terracotta la cui apertura viene solitamente pressata contro lo stomaco del suonatore, per rendere il suono più cupo e pieno.
La seconda categoria, una delle più antiche, è quella dei tamburi, al cui interno spicca per originalità il tabla. Questo strumento è costituito da due tamburi suonati in coppia: quello percosso con la mano sinistra è di forma semisferica e realizzato in ottone; quello riservato alla destra è cilindrico e in legno.
La terza categoria comprende gli strumenti a fiato. Al suo interno ritroviamo flauti dritti e traversi, sottili trombe coniche e corni. Ne fa parte anche l'oboe, di origine persiana, molto impiegato durante matrimoni, cerimonie, feste e processioni. In molte zone dell'India meridionale il privilegio di suonare l'oboe è riservato ad alcune caste; le prestazioni dei musici sono compensate con cifre astronomiche.
L'ultima categoria, che è anche la più cospicua, è quella degli strumenti a corde. In quest'ambito grande importanza è rivestita dalla vinā, tradizionalmente attribuita alla dea della sapienza Sarasvati. Questa specie di cetra si presenta come un bastone cavo di bambù, sorretto alle estremità da due zucche su cui sono collocate sette corde pizzicate per mezzo di un plettro. E' uno strumento riservato esclusivamente ai musicisti professionisti, dato che la sua delicatezza e la complicata tecnica di esecuzione escludono i dilettanti. Ha l'aspetto di un liuto dal manico sproporzionatamente largo la sitâr, uno degli strumenti indiani più caratteristici e diffusi. Le sue varianti sono moltissime, spesso curiose: la kaččapi è costituita da una zucca e sei corde; la cassa della śauktika è in madreperla termina con la testa di un ibis, mentre quella della kinnari consiste in un uovo di struzzo. Il sarangî è uno strumento ad arco dotato di corde simpatiche, che non vibrano perché sfregate direttamente, ma perché sollecitate dalla vibrazione delle corde vicine. Ritroveremo questa caratteristica in un strumento molto lontano nel tempo e nello spazio; la viola d'amore, diffusa in Europa nel XVI e XVII secolo.


GLI ARABI ED IL VICINO ORIENTE

La definizione generica musica araba è quanto mai imprecisa e può trarre facilmente in inganno. Quella che noi indichiamo come una tradizione musicale unitaria e geograficamente ben delimitata si mescola nella realtà con tutte le nazionalità del Medio Oriente e con buona parte delle europee. Quando all'inizio del VII secolo d.C. l'Islam unifica il Vicino Oriente, la cultura araba si estende in una zona immensa che va dall'arcipelago Malese alla Spagna, e che comprende anche l'Italia meridionale e la Sicilia. Gli strumenti musicali arabi escono dalla loro dimensione regionale per estendersi ben oltre i confini dell'Islam. Ritroveremo le loro caratteristiche, in forme e sotto nomi diversi, in quasi tutti gli strumenti dell'Europa moderna. Esemplare sotto questo punto di vista è l'ūd, un liuto il cui nome significa 'bastone flessibile'. L'ūd è lo strumento più nobile dell'arte musicale araba, costruito obbedendo a principi matematici - non dimentichiamo che gli Arabi sono gli inventori della moderna algebra - e cosmologici. Le sue quattro paia di corde di seta simboleggiano di volta in volta gli elementi, le fasi della luna, le stagioni, le parti del giorno, le età dell'uomo. Dall'Andalusia l'ūd, perfezionato e modificato in alcune sua caratteristiche, si diffonde in tutta l'Europa medievale con il nome di liuto, strumento che conquista e mantiene una posizione preminente nel panorama musicale fino al XVI secolo. Una influenza meno diretta, ma egualmente significativa è quella esercitata dal liuto corto arabo. Le testimonianze più antiche di questo strumento si hanno nell'Iran dell'VIII secolo a.C.; intorno al IX-X secolo d.C. il liuto corto si diffonde nell'Europa meridionale passando attraverso la Spagna. Qui non manca di influenzare la struttura della chitarra moresca, che nel 1500 inizia ad essere designata con il nome di mandola. La stessa mandola da cui discende il nostro mandolino...
Ma il liuto corto non esaurisce qui il suo influsso. Intorno all'anno 1000 gli viene applicato un arco: il nuovo strumento prende il nome di rabâb, e prosegue il suo cammino accanto ed indipendentemente dal liuto a pizzico. Questi sono solo alcuni esempi, ma l'elenco degli strumenti arabi importati in Europa è lunghissimo: abbiamo il qānūn, una cetra trapezoidale di origine siriaca; il salterio; le naqqāra, due piccole caldaie di metallo percosse con un mazzuolo che giungono in occidente in seguito alle Crociate e che in Italia vengono designate come naccheroni.
Naturalmente l'elenco degli strumenti Arabi non finisce qui. Ne abbiamo citati solo alcuni, quelli che, in epoche diverse, si sono riversati nella nostra tradizione musicale, e oggi che sentiamo talmente 'nostri' da non sospettarne un'origine così lontana; strumenti che testimoniano quanto varie ed articolate siano le vie della musica, che si intrecciano e si fondono nello spazio e nel tempo.


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