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SALA I - II
GLI STRUMENTI ARCHEOLOGICI



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I GRECI

La mitologia greca è ricca di riferimenti alla musica: al suolo della lira di Orfeo le belve diventano mansuete, i fiumi si arrestano e le piante, incantate, prendono a muoversi; il re di Tebe Anfione con la sua melodia fa spostare le pietre che - da sole - costruiscono le mura della città. Questo è il potere soprannaturale che gli antichi greci attribuiscono alla musica. Musica capace non solo di mutare gli stati d'animo, ma addirittura di influenzare la volontà, costringendo gli uomini ad agire contro i loro desideri.
Tuttavia, se teoricamente le è assegnato un potere quasi divino, nella realtà la musica dell'antica Grecia è sempre subalterna alla parola. Il suono degli strumenti è concepito per accompagnare la declamazione dei versi, ed il filone musicale 'colto' è vincolato alla tragedia ed alla poesia. Non a caso l'aggettivo lirico deriva da lyra, lo strumento greco per eccellenza, la cui invenzione è attribuita al dio Hermes bambino, che utilizza il guscio di una tartaruga per realizzare un curioso oggetto dal quale trae accordi melodiosi. Apollo, incantato dalle note dolci e suggestive, baratta una verga d'oro in cambio dello strumento, che diverrà così uno dei suoi attributi caratteristici. In contrasto con l'ideale di equilibrio, armonia e compostezza incarnato dalla lyra si pone l'atro incontrastato sovrano del pantheon musicale greco, l'aulòs, simbolo della sfrenatezza, della frenesia, dell'ebbrezza di fauni e satiri. Lo strumento - più simile a un oboe che a un flauto vero e proprio - è inventato dalla dea Atena che però lo getta subito via poiché si accorge che gonfiandole le gote la imbruttisce. Lo raccoglie il sileno Marsia, che diventa così esperto nel suonarlo da sfidare il dio Apollo con la sua lyra. Marsia vince la scommessa ma a caro prezzo: furente per la sconfitta Apollo lo lega ad un albero e lo scuoia. I dipinti su vasi e crateri ritraggono suonatori di aulòs - detti auleti - bardati da una fascia che passa sulla bocca: si tratta della phorbeia, una striscia di cuoio che consente di mantenere costante l'emissione di fiato.
Accanto al filone della musica colta ne corre un altro, più popolare e quotidiano, non collegato alla parola e fine a se stesso. Trova i suoi spazi nell'intrattenimento, nelle danze e nelle melodie vivaci che animano feste e banchetti e si avvale di molti strumenti diversi, a cominciare dallo stesso aulòs, trait-d'union tra la musica colta e quella di consumo. Larghissimo impiego hanno crotali e cimbali - utilizzati durante i riti dionisiaci - ed i sistri di origine egiziana, solitamente riservati alle donne.
Anche i suoni sono parte integrante della vita quotidiana degli uomini: i tempi del lavoro, dello svago e della preghiera sono scanditi da una miriade di note familiari. Gli strumenti che li producono abbandonano il campo prettamente musicale per rientrare nella sfera degli oggetti d'uso comune. Come i piccoli campanelli in bronzo, riservati ai giochi dei bimbi, ma anche appesi alla porta di casa per tenere lontani gli spiriti maligni; oppure i dischi di metallo che i guidatori dei carri percuotono prima di svoltare una curva cieca, a mo' di clacson.


Gli Etruschi

Pochi popoli antichi hanno riservato alla musica un ruolo così vasto nell'ambito della vita quotidiana come gli etruschi. Gli affreschi delle loro tombe ci restituiscono agili figure di danzatrici che si alternano a musici e compassati commensali, ma non si suona solo durante i banchetti. La melodia si impossessa di tutti gli spazi: si fa musica nelle palestre; durante gli incontri di pugilato; nelle cerimonie religiose. I fornai impastano il pane al suono dei flauti; persino la fustigazione degli schiavi esige un adeguato accompagnamento musicale. Fortemente debitori al mondo greco per quello che concerne gli strumenti musicali in uso, gli etruschi adottano lyre ed auloì ellenici a cui aggiungono le trombe, delle quali i contemporanei li ritengono gli inventori.

I Romani

Dagli Etruschi i Romani riprenderanno il lituus bronzeo - una sottile tromba ricurva - insieme alla preponderanza dei fiati su tutti gli altri strumenti. A questo gruppo appartengono la tuba e la bucina che trovano largo impiego in ambito militare; è molto diffusa anche la tibia, versione latina dell'aulòs greco. Ancora una volta la musica accompagna tutte le manifestazioni più importati della vita pubblica e privata. Si suona a teatro durante i mimi e le pantomime; nei circhi e negli anfiteatri, dove il suono assordante del cornu - un corno circolare - dell'organo idraulico raggiungono anche le ultime gradinate. In molte locande ed osterie signorine disinvolte intrattengono gli avventori esibendosi con il monaulos - un flauto semplice - e i crotali. I cittadini più facoltosi possono addirittura contare su una propria band privata di schiavi musicisti che suonano durante feste e banchetti. Le melodie sono descritte dai contemporanei come lente, facili e molli, e sono viste con sospetto dai conservatori come Cicerone e Seneca. La musica romana non sopravviverà al crollo dell'Impero, ma molti strumenti giungeranno, con alcune modifiche ed adattamenti, fino ai nostri giorni.


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