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SALE XIII - XIV
SECOLI XVII E XVIII
Il periodo che abbraccia XVII e XVIII secolo - corrispondente grosso modo
all'epoca del Barocco - può essere considerato l'età d'oro della musica,
ormai ritenuta in pieno un'arte a sé stante. Questa si diffonde sempre
più capillarmente in seno alla società, il suo consumo si incrementa
vertiginosamente, si moltiplicano i generi e si assiste una crescente
differenziazione degli stili. Alla musica si richiede ora di sollecitare
emozioni e sentimenti; deve commuovere, stupire e soprattutto coinvolgere
l'ascoltatore. Prende piede la cosiddetta teoria degli affetti, che studia
gli accorgimenti ed gli effetti musicali che possano esprimere al meglio
il pathos e la drammaticità.
Questa sviluppo quasi trionfale avviene lungo due direttrici parallele: quella del
melodramma o opera, e quella della musica strumentale. Il melodramma in breve tempo
si afferma in tutta Europa, per toccare il suo apogeo nel '700. Sovrani e principi
dilapidano fortune per poter allestire gli spettacoli presso le proprie corti: il
Viceré di Napoli è costretto a scappare a Madrid per sfuggire agli ingentissimi debiti
contratti. Il cardinale Mazzarino sperpera un patrimonio, contribuendo a rendere
insopportabile il peso delle tasse che gravano sui francesi; il duca di Braunschweig
arriva addirittura a vendere i propri sudditi come schiavi per poter far fronte
ai costi di allestimento. In effetti il ruolo svolto dalla musica strumentale nel
melodramma è spesso molto modesto, dato che gran parte del suo successo è legato
alla spettacolarità degli allestimenti scenici, e soprattutto, al virtuosismo dei
cantanti, fra i quali spiccano i castrati.
Una rara eccezione è data dalle
opere di Alessandro Scarlatti (1660 - 1725), attivo a Napoli, che arricchisce
l'organico orchestrale e cura con attenzione la strumentazione, ricorrendo spesso
alla tromba ed al flauto per caratterizzare le arie.
Anche la musica strumentale vive una stagione di sviluppo ed espansione prodigiosa,
non inferiore a quello della musica vocale. Questa fioritura è accompagnata
dall'introduzione di nuovi strumenti musicali, in grado di soddisfare la vocazione
alla teatralità e all'effetto drammatico tipiche del barocco. Tra questi il più
importante è certamente il violino, che nasce in Italia intorno alla metà del 1500,
e che con la sua espressività e la sua flessibilità simile a quella della voce umana,
incarna alla perfezione lo spirito della musica del tempo. Le sue linee semplici e
nette costituiscono l'apice dell'arte della costruzione di strumenti musicali.
Nulla è lasciato al caso: la scelta dei legni, le curve delicate, gli intagli ad
'effe', tutto è studiato per garantire la migliore risonanza. Persino il crine
dell'archetto è selezionato con cura tra le ciocche della coda di cavalli bianchi.
E' difficile individuare il suo diretto progenitore; il violino mostra comunque
delle affinità con la viella e la ribeca medievali e con la lira da braccio.
Lo strumento deve la sua fama all'abilità dei maestri artigiani bresciani e
cremonesi come Gasparo da Salò, Nicola Amati ed il grandissimo Antonio
Stradivari e alla genialità di compositori quali Arcangelo Corelli (1653 - 1713) -
che dedicò la sua intera opera allo strumento - Francesco Geminiani (1680 ? - 1762),
Antonio Vivaldi (1678 - 1741), Giuseppe Tartini (1692 - 1770). L'affermazione del
violino nell'ambito della musica 'colta' comporta anche il successo di altri
membri della sua famiglia, come il violoncello ed il contrabbasso. La grande
rivale del violino è la viola da braccio, molto diffusa in ambiente aristocratico.
Vive la sua stagione d'oro tra il 1400 ed i primi anni del 1600, quando molti
artisti si dilettano a disegnarne nuove versioni e prototipi. Sembra che anche
Leonardo da Vinci ne abbia progettata una variante a forma di testa di cavallo.
Il suo declino inizia verso la metà del 1600, quando, incapace di competere
con l'agilità ed il dinamismo espressivo del violino, è abbandonata dai
compositori. E' menzionata per la prima volta nel 1679, invece, la viola
d'amore, che deve il suo curioso nome alla testina di putto che orna
il cavigliere. La sua particolarità è data dalle due corde simpatiche
di origine orientale, che non vibrano per il contatto diretto con
l'archetto, ma perché sollecitate dalla vibrazione delle altre.
Una delle conseguenza dell'affermazione degli strumenti ad arco è il declino dei fiati
- piuttosto inadeguati allo stile espressivo e ricco di sentimento dell'epoca - che
vengono dunque rinnovati e modificati per tenere testa al violino. Compare il questo
periodo l'oboe, che troviamo per la prima volta nel 1660 alla corte del Re Sole,
adottato dai celeberrimi musicisti della Grande Écurie du Roi, che suonano durante
gli intrattenimenti a Palazzo. La creazione dell'oboe è sia un espediente per
aumentare il prestigio dell'organico, sia un modo efficace per arricchire gli
strumenti a fiato di più timbri; ed in effetti per potenza ed espressività il nuovo
fiato è secondo solo al violino, sebbene il suo periodo aureo possa essere limitato
ai suoi primi cento anni di vita. L'elegante esemplare custodito nella Sala,
realizzato dal costruttore Giovanni Maria Anciuti, è pregevole anche dal punto
di vista estetico. Le finiture in avorio contrastano gradevolmente con il corpo
dello strumento, realizzato in bosso tinto di scuro. Il fagotto è simile nella
forma ad un oboe di grandi dimensioni, sebbene il suono sia molto diverso.
All'inizio del 1700, fa la sua comparsa il clarinetto - il primo strumento
a fiato controllato interamente per mezzo delle labbra - che vede la lice a
Norimberga, in Germania, ad opera del costruttore J.C. Denner. Il vecchio
flauto rinnova la sua struttura: anziché essere ricavato da un unico tubo,
è realizzato in due o più pezzi inseriti l'uno nell'altro, in modo tale
da consentire la regolazione dell'intonazione semplicemente allungando o
accorciando il corpo dello strumento. Il tubo del flauto traverso da
cilindrico diventa conico e viene talvolta realizzato in avorio anziché
nel consueto legno. Nel 1806 il francese Claude Laurent brevetterà un
flauto in cristallo; non ha un timbro particolare, ma rispetto al legno
e all'avorio resiste meglio agli sbalzi di temperatura e umidità.
Tra gli strumenti a corda, la posizione di maggiore spicco spetta senz'altro all'arpa.
All'inizio del 1600 soffre ancora per il confronto con l'altro grande strumento a
corde pizzicate, il clavicembalo, ritenuto di maggiore pregio e di più nobile lignaggio.
E' dunque riservata ad un uso 'privato' e considerata uno strumento prevalentemente
femminile, anche in virtù della sua forma elegante ed ornata, come quella della splendida
arpa Barberini, un oggetto unico per motivi storici, musicali ed artistici, la cui
colonna sembra essere stata disegnata dall'architetto Gian Lorenzo Bernini. L'arpa,
è realizzata tra il 1605 ed il 1620 per la famiglia Barberini - come testimonia lo
stemma con le 3 api - che ne cede l'uso al virtuoso Marco Marazzoli, detto Marco
dell'Arpa. La sua caratteristica più rilevante, dal punto di vista musicale,
è quella di essere uno strumento cromatico - cioè in grado di produrre suoni alterati
di un semitono - sebbene priva dei pedali. Questi vengono aggiunti solo nel 1720
ad opera di due arpari bavaresi. Più modesto nell'aspetto, me egualmente interessante è
un altro esemplare custodito nella Sala, caratterizzato dal modiglione dipinto a
figurine cinesi, secondo il gusto rococò tipico della metà del 1700. E' stato
realizzato da Jean-Henry Nadermann, il più famoso arparo francese, che costruisce
numerosi strumenti per la regina Maria Antonietta. La sovrana, che in gioventù
aveva ricevuto una buona educazione musicale, suonava spesso l'arpa e la spinetta,
talvolta improvvisando piccoli concerti con gli aristocratici del suo entourage.
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