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SALA XI
MEDIOEVO E RINASCIMENTO
La musica medievale appare da subito indipendente rispetto all'eredità
del mondo greco-romano. Non ritroviamo alcuna delle melodie lente e
decadenti tanto care ai romani, ed anche i vecchi strumenti musicali -
con alcune eccezioni, come la tromba e l'organo - sembrano cadere in disuso.
In questo processo di formazione e crescita la Chiesa romana svolge un
ruolo fondamentale, essendo l'unica istituzione in cui si fa musica
quotidianamente. La liturgia è scandita da salmi ed inni e il canto
è considerato una forma di preghiera. A San Gregorio Magno, papa dal
590 al 604, si attribuisce il merito di aver codificato ed unificato
il canto liturgico latino, che da lui prende il nome di canto gregoriano.
Egli fa raccogliere i canti liturgici nell'Antiphonarium Cento,
un grande libro legato con una catena d'oro all'altare di San Pietro.
Il volume era a disposizione dei pellegrini in visita a Roma, e
costituiva la fonte per la liturgia delle nuove comunità cristiane.
Una fonte che contempla il solo canto. Perché la musica strumentale,
fine a sé stessa, semplicemente non esiste. Tutto ciò che si richiede
agli strumenti è di sostenere la voce umana, accompagnandola e
ripetendone la melodia. Serve perfettamente allo scopo l'organo,
che tuttavia a volte finisce per sovrastare le voci dei cantori.
Come l'esemplare costruito nel 908 nell'abbazia di Winchester in
Inghilterra; il suo suono prorompe talmente potente che la gente
spaventata è costretta a tapparsi le orecchie con le mani. E'
molto impiegato anche il monocordo - costituito da una corda
passante su una tavola graduata lunga e stretta - la cui paternità
è attribuita al matematico Pitagora. All'inizio non si configura
come uno strumento musicale vero e proprio, ma come un mezzo
per misurare gli intervalli e l'ampiezza di toni e semitoni.
Intorno al 1100 il monocordo si trasforma in uno strumento
per suonare a tutti gli effetti, impiegato tanto per
sostenere il canto, quanto per insegnare la musica; da esso
discenderà il clavicordo del XVII secolo, il parente più
stretto del moderno pianoforte.
Nei tre secoli che vanno dall'800 al 1100 - da Carlo Magno alle Crociate - gradualmente
al canto gregoriano consistente in un'unica linea melodica subentra la polifonia -
costituita da un intreccio di linee melodiche che si producono e si ascoltano
contemporaneamente - la cui prima descrizione teorica è contenuta in un trattato
della fine del IX secolo intitolato Musica Enchiriadis. Il testo illustra la pratica
dell'organum, una tecnica consistente nell'abbinare il canto gregoriano a una o più
melodie che procedono parallelamente, nota contro nota. La polifonia conferisce alla
musica europea il suo carattere distintivo, ma richiede anche una regola ed un sistema
musicale preciso, che fissi una scala di toni esatta ed invariabile. Inoltre le armonie
si fanno sempre più complicate e diventa quasi impossibile impararle a memoria.
Si rende dunque indispensabile un metodo di scrittura musicale più efficace e
dettagliato. Intorno all'anno mille un monaco benedettino, Guido d'Arezzo
(991 ca. - 1033), prendendo in prestito i versi iniziali di dell'Inno a San Giovanni
Ut Queant Laxis, dà il nome alla prime sei note musicali, riordinando e rendendo
più precisa la trascrizione delle melodie:
Ut queant laxis
Resinare fibris
Mira gestorum
Famuli tuorum
Solve polluti
Labii reatum
Sancte Johanes
Tra IX e XI secolo la musica liturgica influenza fortemente la produzione profana in lingua
latina. Secondo una pratica assai comune detta contrafactum, la musica profana spesso
si limita a riprendere le melodie sacre, sostituendo al testo religioso versi licenziosi
o burleschi. Ne sono un celebre esempio i Carmina Burana, raccolta di canti tedeschi
del 1230.
Accanto a questa produzione si afferma la lirica cortese in lingua volgare, che canta
l'amore di un cavaliere per una dama, amore spesso illecito, passionale e travolgente.
La fioritura di tale repertorio comporta una promozione sul piano pubblico di menestrelli,
trovatori e jongleurs. Questi costituiscono una realtà quanto mai eterogenea per
livello artistico ed estrazione sociale: si va dal giocoliere di strada al raffinato
e poeta-musicista di corte. Se fino all'XI secolo tutti questi artisti sono girovaghi,
gradualmente iniziano sempre più spesso a dimorare stabilmente presso corti e città.
I menestrelli declamano le loro canzoni accompagnandosi con vari strumenti, che si
limitano a ripetere l'intonazione della voce, esattamente come avviene in chiesa.
Tra i più comuni, anche per la loro facile trasportabilità, troviamo la viella ad
arco ed una forma arcaica di ghironda, azionata da due suonatori. Diffuso fin dal
IX secolo è il liuto - una derivazione dell'ūd arabo - originario dell'Oriente come
gran parte degli strumenti in uso nel Medioevo. Le sue corde possono essere pizzicate
con un plettro o con le dita, ed è tanto leggero e delicato da vibrare al suono
della voce. Dall'Oriente arriva anche l'arpa, massicciamente diffusa in Inghilterra
ed Irlanda, tanto che una raccolta di leggi gallesi recita che: "tre cose sono
necessarie a un uomo: una moglie virtuosa, un cuscino sulla sua sedia e un'arpa ben
accordata". Il suo nome deriva probabilmente dalla radice indoeuropea "harp",
che significa piluccare, pizzicare, dal modo in cui le dita dell'esecutore
sfiorano le corde. Tra gli strumenti è quello che detiene senz'altro il rango
più prestigioso: la suonano aristocratici e cavalieri, nobili e re.
Altri strumenti sono prerogativa esclusiva della nobiltà e assurgono nella società
medievale a status symbol. In realtà non servono tanto a fare musica, quanto a scandire
i tempi della vita feudale, con i suoi riti e le sue battaglie. Come l'olifante,
che arriva in occidente dal mondo islamico intorno all'anno Mille e che, insieme con
la spada, diviene il simbolo stesso della cavalleria. Si tratta di un corno in origine
ricavato da una zanna di elefante (da cui prende il nome), utilizzato soprattutto
per lanciare segnali durante le battute di caccia. Preludio di battaglie, ma anche
di giostre, tornei e proclami pubblici è il suono puro della tromba dritta, uno dei
pochissimi strumenti a conservare pressoché inalterate le caratteristiche della
sua progenitrice romana. L'esemplare custodito presso il Museo è stato fabbricato
a Siena nel 1461 ed è legittimo credere che abbia suonato in occasione della
santificazione di Santa Caterina, avvenuta il 19 giugno dello stesso anno.
Molti strumenti arrivano in Europa sull'onda delle Crociate, come il flauto traverso,
tipicamente militare che, insieme con il tamburo diverrà il simbolo della fanteria.
Legato ad un impiego più mondano, perfetto per accompagnare canti e danze è invece
il flauto dritto, che in virtù del suo timbro lieve viene detto anche dolce.
Talvolta lo si suona accoppiato, come gli auloi greci.
A partire dal 1300 i rivolgimenti che interessano la società medievale, sempre più
laica, investono anche la musica. Non a caso si fa riferimento a questa stagione musicale
indicandola con il nome di Ars Nova, dal titolo di un trattato del vescovo Philippe
de Vitry (1291 - 1361). La polifonia si espande anche in direzione della musica profana,
come testimonia l'abbondante produzione di ballate e madrigali attestata in Francia e
in Italia. Le composizioni iniziano anche a prevedere parti esclusivamente strumentali,
una novità assoluta per l'epoca. E' il segno che, poco a poco, la musica inizia ad
affermarsi come arte indipendente. Questo processo si protrae nel Rinascimento,
favorito dal mecenatismo di re, principi ed ecclesiastici, che si circondano di
artisti, letterati ed intellettuali per affermare il prestigio e la superiorità
della propria corte. Musicisti e cantori occupano ancora una posizione sociale
di gran luna inferiore rispetto agli altri artisti, ma traggono comunque notevoli
benefici dalla protezione di Sovrani e Signori, che commissionano la
composizione di brani e canti. La musica è infatti una presenza indispensabile
nelle corti rinascimentali: si suona alle feste, durante i balli,
durante le chiassose celebrazioni popolari. A Firenze, lo stesso Lorenzo
de' Medici, il più potente signore del Rinascimento italiano, si diletta
nella composizione di canzoni e ballate, come il celeberrimo Trionfo di Bacco
e Arianna:
Quant'è bella giovinezza,
che si fugge tuttavia!
chi vuol esser lieto, sia:
di doman non c'è certezza.
Il clima di creazione, di fioritura rigogliosa che investe tutte le arti, dalla pittura,
all'architettura, alla poesia, investe anche la musica, rinnovandone modi e forme.
Si diffondono nuovi strumenti musicali, come i cornamuti torti o cromorni, di cui
sopravvivono solo 40 esemplari in tutto il mondo. Di origine molto incerta e simili
nella forma al lituus romano, si caratterizzano per il suono perfettamente uniforme.
Tale caratteristica è dovuta alla particolare collocazione dell'ancia - posta
all'interno di una capsula - che viene messa in vibrazione da una emissione indiretta
di fiato. Sono impiegati tanto nella musica sacra quanto in quella profana,
come testimoniano le musiche composte in occasione delle nozze di Cosimo I de'
Medici con Eleonora di Toledo nel 1539.
La straordinaria fioritura musicale del primo Rinascimento si prolunga anche nel
'500, quando l'ascesa della musica tra le discipline artistiche si affermerà in
modo deciso e definitivo.
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